Un esempio vale più di mille parole

Periodicamente guardiamo in tv o leggiamo in rete dibattiti, articoli e servizi su un particolare argomento che per ragioni spesso politiche o sociali è di attualità in quel momento.

Ultimamente è il turno della scuola.

In particolare si parla di problemi legati al bullismo, alla violenza, al comportamento sempre più preoccupante di ragazzi, anzi spesso bambini, che sembrano aver perso qualsiasi punto di riferimento nella società. Anch’io ho parlato più volte della situazione della scuola in generale, del ruolo dei docenti, di ciò che possiamo fare per i ragazzi. Abbiamo tutti le nostre responsabilità in quello che succede: e con tutti intendo anche gli adulti. Genitori, insegnanti, educatori, allenatori eccetera. Ma in questi giorni riflettevo in particolare sulle complesse dinamiche che scatenano episodi di bullismo. Sia chiaro, ora lo chiamiamo così ma scene di prevaricazione e violenza le abbiamo sempre viste tra ragazzi, anche molti anni fa. Da quando esiste la scuola si può dire. C’è qualcuno che sostiene che prima i ragazzi non fossero così deboli e che entro certi limiti questi episodi servissero anche a crescere. E che quindi ora vede tutto in ottica regressiva. O altri che dicono che prima le famiglie e la scuola non erano così presenti se si trattava di problemi che andavano oltre la didattica ed è bene ora intervenire su questi problemi. In questo caso si è fiduciosi e si crede nel progresso della società.

Non so dare un punto di vista definitivo.

Ma non è questo il punto. Mi sono chiesta, pensando a quanto ci preoccupiamo e a quante iniziative la scuola mette in atto per contrastare il fenomeno, per proteggere i ragazzi: ma da chi mutuano certi comportamenti? Dalla tv, dai giochi, dai social? In parte, forse, certo è tutto collegato. Ma non è che noi adulti facciamo lo stesso? Non è che mentre tra i ragazzi ci ergiamo a difensori dei più deboli siamo noi stessi ad avere determinati comportamenti nei confronti di altre persone? Magari non in senso fisico ma psicologico. Magari senza usare la violenza ma in modo altrettanto meschino. Scegliendo con cura i nostri bersagli. Isolando persone che vogliamo mettere in difficoltà. Facendo squadra con altre. Escludendo. Umiliando a volte. Facendo credere alle persone che sono parte di un gruppo e continuando invece a diffondere maldicenze e falsità sul loro conto. Lo facciamo con il nuovo. Con il diverso. E forse con chi ci fa paura, perché spesso temiamo il confronto.

E vogliamo parlare di quante volte facciamo parte della “maggioranza silenziosa”?

Di quelli che osservano ma non intervengono, in maniera omertosa? È capitato a parecchi. A me è capitato anche di essere dall’altra parte. Di essere la persona esclusa. Le nostre reazioni essendo adulti con una personalità già formata non sono preoccupanti allo stesso modo di quelle di un adolescente o preadolescente, certo. Ma il carico di stress, ansia, tensione, insomma di emotività è rilevante anche per noi. Sia che attuiamo comportamenti del genere sia che li subiamo, da genitori e da educatori dovremmo chiederci se stiamo dando l’esempio giusto. Perché è vero che i ragazzi sbagliano, ma è anche vero che si impara più con l’esempio che con le prediche.

Cosa ne dite?

 

Mary G.

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