La scuola ideale… tra miti e realtà

Dead poets society.

A molti forse questo titolo non dirà nulla ma guardando, per passione e lavoro (che nel mio caso fortunatamente coincidono) i film in lingua originale è così che ho conosciuto questo. L’attimo fuggente, in italiano. Che poi, parliamone, nel nostro paese si traducono e si doppiano tutti i film mentre in molti altri, Germania per dirne uno, i ragazzi sono abituati fin da subito a guardarli in lingua originale. Certo abbiamo una tradizione nel doppiaggio e nella traduzione che è la prima al mondo, i più bravi professionisti sono italiani. Però innegabilmente molto del fascino e delle tante sfumature di un film, ma anche di un cartone animato o di una serie tv, si perdono.

Ma, divagazioni a parte, perché voglio parlarvi di questo ormai vecchio film (è del 1989)?

Un film che, lo premetto, ho amato e rivisto diverse volte, soprattutto per le tante citazioni di autori americani. Ma che oggi, alla luce della mia esperienza nelle scuole, vedo con occhi completamente diversi. La storia, per chi non la conoscesse, è questa. Un professore di lettere arriva nel 1959 in un college del New England, patria di Whitman e Thoreau, le cui visioni della vita sono alla base del film. Alla prima lezione dice ai ragazzi di strappare le pagine del libro di testo, perché non è su quelle pagine teoriche che s’impara a leggere la poesia. È un professore che cerca di cambiare la scuola, che vuole far aprire gli occhi ai ragazzi. Anche facendo cose folli, anche salendo sulla cattedra per dire ai ragazzi che non bisogna fermarsi alle poche e solite certezze, ma saper vedere il mondo da più angolazioni. A partire da lì ai ragazzi viene l’idea di formare la vera e propria “Dead poets society” del titolo. Ovvero si riuniscono la sera in segreto per leggere poesie.

Il messaggio è questo.

Siamo destinati a fare delle cose, grandi o piccole non è importante. Il punto è che a qualunque cosa siamo destinati dobbiamo farla al massimo delle nostre potenzialità. Questo è il senso di quel “Seize the day” o “Carpe diem” che dir si voglia. Non vuol dire buttarsi a fare qualsiasi esperienza ci venga in mente, un po’ come fanno molti ragazzi di oggi, che forse per la noia di avere tutto non amano davvero nulla. Al contrario, vuol dire non sprecare la propria vita. Suona un po’ come “Stay hungry, stay foolish” di Steve Jobs. In fondo la grande lezione dei poeti citati nel film è che la vita non va sprecata e le nostre scelte devono essere fedeli ai nostri ideali.

Alla scuola viene addirittura implicitamente assegnato il compito di “salvare” l’essere umano.

Per questo insegnare è pericoloso. È un rischio, e deve esserlo. Quando si va in classe si fa sempre una sorta di rivoluzione, che ne siamo coscienti o no: si insegna che è possibile un’altra strada, un altro modo di vivere e di pensare. Si indica un’alternativa al mondo così com’è. Nel film, tutto parte dalla passione che gli allievi vedono negli occhi del loro insegnante. D’altra parte si insegna perché si vuole trasmettere passione e questo i ragazzi lo notano eccome.  Uno dovrebbe insegnare ciò che ama. Si insegna perché si ama. È quell’amore che si racconta nel film.

Ma… C’è un ma, infatti.

Manca qualcosa. Non ci sono l’istituzione scuola, le riforme, il ministero, la pedagogia. Non si parla di ministri, leggi, edilizia, contratti, problemi. Niente riferimenti a verbali, riunioni, burocrazia, compiti, voti. Sarebbe bello? Non è quello che vorrebbero tutti i docenti appassionati? La scuola del professor Keating è per gli idealisti o per chi non ha mai insegnato. Quelli che ci chiedono: dovrebbe, perché non può? Perché se arrivasse davvero, un professor Keating, avrebbe non pochi problemi. E perché le istituzioni e le famiglie non ci aiutano il più delle volte. Perché dobbiamo anche valutare le competenze, misurare il sapere, somministrare test. E questo non è del tutto sbagliato. La scuola è fatta di tante cose. E in più veniamo lasciati da soli a risolvere mille problemi. Non abbiamo scuole sicure, spesso non abbiamo materiali. Dobbiamo occuparci di mille carte da riempire che nonostante la digitalizzazione non diminuiscono e in più ci si chiede di essere un po’ psicologi.

Amiamo il nostro lavoro?

Certo. Ma, appunto, spesso ci si dimentica che è un lavoro. Che la passione aiuta ma di sicuro non basta per farlo. Ci vuole competenza, oggi sempre più. Ma un compromesso è possibile? Secondo me sì. Noi siamo “dipendenti” di un Ministero ma possiamo essere indipendenti in molte cose, a partire dalla scelta dei nostri metodi didattici, proprio come Keating. Possiamo, e ci riusciamo il più delle volte, trovare alternative. Riusciamo spesso e a fatica a fare tutto quello che ci viene richiesto conservando quella passione e non facendoci schiacciare troppo dal conformismo. Perché L’attimo fuggente è anche un film sul conformismo e tira fuori il solito vecchio puritanesimo americano insito nella scuola e nella famiglia. Sembra di capire però che ostinarci ad essere anticonformisti a tutti i costi non porti a un buon epilogo, proprio come accade nel film, nonostante la commovente scena finale in cui gli studenti si alzano in piedi sui banchi per salutare il professore che va via.

Ma, professori a parte, vi lascio con un interrogativo.

I principi nuovi ed anticonformisti del professore si sono oggi realizzati? Il libero pensiero, la crescita di sé, lo spirito critico, il sapere guardare le cose da un’altra angolazione, l’accettazione della diversità. Questi concetti sono parte integrante della vita di un ragazzo del terzo millennio?

Voi cosa ne pensate?

Mary G.

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