Ma com’è che fai l’ educatrice?!

La scelta di questo corso di laurea risale, per me, a ormai più di 10 anni fa.

Fresca di liceo artistico, luogo in cui non mi sono mai sentita “nel posto giusto” decido di intraprendere il percorso universitario ripartendo da capo.

Da capo e da me: dalla mia voglia di ascoltare le storie degli altri, da quella sensibilità che mi ha sempre messo in scacco nel periodo adolescenziale, dalla mia predisposizione alla cura del prossimo, al “diverso” e alla complessità.

Da una me molto giovane che ancora non sapeva bene cosa farsene di tutti questi elementi, che erano sempre un po’ “indisciplinati” e disturbanti, che forse, semplicemente andavano “educati”.

Parto con l’ idea di iscrivermi a psicologia, come prima scelta, e di provare anche il test di ammissione a scienze dell’ educazione, come seconda possibilità. Un’ estate a studiare e a fare esercizi di preparazione, un’ estate che si conclude con un lutto per me difficile da accettare e che mi distrae dall’ università, a tal punto da farmi sbagliare il giorno del test di ammissione, lasciandomi nello sconforto.

Non mi rimane che tentare quello di scienze dell’ educazione, che, inaspettatamente passo, decidendo così di iscrivermi a questo corso per passare poi a psicologia, l’ anno seguente. Passaggio mai effettuato, perché finalmente, dopo anni di studi che mi avevano interessato poco, stavo riscoprendo la voglia di imparare, di comprendere, di approfondire e sperimentare.

Non è stato semplice inizialmente, capire il significato del “fare educazione”, dell’essere un’educatrice.

Esame dopo esame è aumentata la chiarezza ma solo al terzo anno, con il tirocinio pratico, ho iniziato davvero a comprendere per quale lavoro stessi studiando. Da qui è iniziato il mio viaggio, la mia formazione e la mia esperienza.

Da dieci anni lavoro nella tutela minori, prima in comunità residenziale, poi in comunità diurna ed infine in un SMF (Servizio Minori e Famiglia) e Spazio Neutro. Ho lavorato con diversi colleghi e attraverso ognuno di loro ho conosciuto metodi e modalità differenti. Non riesco a trovare una definizione che spieghi cosa sia in generale un “educatore”, perché ognuno di noi porta in questa professione i propri vissuti.

Io son partita dalla voglia di aiutare, cambiare, condurre e formare, senza giudizio, con gli occhi e le orecchie sempre ben aperti.

L’ educatore accompagna, semina un campo di cui forse vedrà solo giovani germogli, ascolta, sente (con la “pancia” oltre che con le orecchie), supporta e accoglie. L’ educatore insegna; a riconoscere reazioni ad azioni, a fare ma anche a non fare, insegna ad allacciarsi le scarpe, a cucinare, a mostrarsi, a giocare e a rispettare regole. L’ educatore sostiene e accoglie, contiene e raccoglie i cocci, l’ educatore legittima: la rabbia, la tristezza, la paura, le lacrime, le emozioni tutte.

I primi periodi da educatrice in comunità sono stati davvero complessi. Ho pensato di non farcela, ho creduto di non avere abbastanza forza né coraggio per riuscire a tollerare tanta sofferenza, tanto male. Ogni crisi a cui ho assistito risuonava in me con una violenza a cui non ero abituata, che non conoscevo e che nemmeno mi piaceva. In quegli anni ho messo da parte anche l’ università perché “troppo impegnata a salvare il mondo”.

Ecco: l’ educatore non salva.

Lavorare in educazione ti mette spesso davanti al “senso di onnipotenza”, il sentirsi indispensabile, al rischio di pensare di sapere “solo tu” cosa è giusto per gli altri.

Ed è quello che ti porta alla deriva, al “bornout” davanti alla prima sconfitta e al primo fallimento.

Anche questa è stata per me una grande esperienza, perché è anche così che si fa educazione, quando si riesce nell’accettazione del proprio errore e nello stare in quello degli altri, che non necessariamente sono gli educandi, ma anche i professionisti con cui si lavora, con cui ci si scontra e incontra, quotidianamente.

Questo è quello che possiamo fare: mostrare strumenti che possano porre le basi per un cambiamento, costruire supporti che possano far camminare da soli, rileggere la storia da cui si proviene, darne senso per andare oltre. Non serve provare a cancellare le cicatrici che ci ha lasciato la vita, ma serve imparare ad accettarle e sentirle parte di un processo di crescita, indicare una nuova possibile strada, orientarla, progettarla, pensare a strategie per affrontare gli ostacoli, andare insieme fino a lì e poi, infine, lasciar andare.

Educare è prendersi cura, sostenere e condurre.

In questi anni di lavoro sono stata formata “dai miei maestri” e ho iniziato a formare i più giovani. Questo spesso mi ha messo davanti ad un inevitabile fase di bilancio di competenze, ai miei punti di forza, alle sicurezze che ho acquisito, alle capacità che ho affinato, rivisto e ri-significato e che sono anche riuscita a riconoscermi.

Mi sento capace di ascoltare, di guardare oltre, di percepire un silenzio pieno di non detti, di dare un senso alle scelte difficili, di mettermi in discussione e di mettermi “nei panni di..”. Mi sento in grado di sospendere il giudizio, di prendermi tempo per nominare le mie fatiche, paure e implicazioni/complicazioni affettive che risuonano in me, per il mio essere, per la mia storia per la mia persona.

Ho imparato ad affidarmi e a stare in silenzio, a non riempire troppo, di parole, di senso e di possibili soluzioni. Ho imparato a fare domande più che a dare risposte, ad interrogarmi sulle mie decisioni, a volte dopo averle prese, perché spesso ci si trova nella contingenza del momento, nell’ emergenza, in cui bisogna prendersi la responsabilità di agire velocemente per mettere in protezione, per tutelare, appunto.

Qualche giorno fa una persona che stimo molto e che mi ha fatto crescere tanto in questi anni mi ha detto “devi imparare a stare”. Ed è vero, perché una delle mie fatiche è proprio l’attesa, le situazioni “lente”, dove il movimento è apparentemente impercettibile e rallentato, dove spesso sono presa dal voler procedere “troppo velocemente “con l’ intento di “far andare” e con il rischio invece di paralizzare l’altro e me stessa.

La dimensione affettiva è per me una costante a cui prestare sempre molta attenzione, la separazione, il saluto e a volte “il fallimento” sono aspetti dell’ educazione che mi mettono ancora oggi davanti alle mie criticità.

Il non poter essere sempre pronta e preparata, il senso del dovere e della possibilità. Ma fortunatamente, per questo, c’è il supporto dell’ equipe.

Riprendere in mano la parte teorica dell’educazione mi ha rinfrescato e portato a ripensare al valore della progettazione e del metodo con cui scelgo di operare.

Ad oggi sento di aver ancora tanto da dare e da prendere dal mio essere educatrice e così, giorno dopo giorno, costruisco, modifico e ri-oriento la mia esperienza professionale così che possa essere per me sempre formativa e stimolante.

Devo questo pezzo, questa riflessione, a tutte le persone che in questi dieci anni ho incontrato, ai miei colleghi, ai miei insegnanti, a tutte le ragazze, i bambini, le madri e i padri che ho conosciuto lungo la strada e che, tutti insieme, hanno contribuito a farmi diventare oggi quella che sono.

Valentina R.

Precedente Ermal Meta e la sua vittoria Successivo Pannolini & dintorni: due albi illustrati imperdibili